Politica, non apocalisse

 

Politica, non apocalisse

Il problema basilare dell’escatologia lo avevano intuito tutti i più grandi commentatori politici e teopolitici, sostenitori e avversari.

L’escatologia come dimensione esplicativa è compiutamente impolitica. Come asserisce molto bene Henry Corbin in “Tempo ciclico e gnosi ismailita” ( e più modernamente Cacciari in “Il potere che frena”) se gli eventi sulla terra sono una parodia, una drammatizzazione di un copione celeste, la scelta individuale, il posizionamento politico e l’influsso sociale sono solo controfigure, arnesi inservibili.

Nel grande dramma apocalittico i personaggi fondamentali, lo svolgimento e la conclusione sono già settati. L’azione dei singoli soggetti (non delle singole persone) è già decisa, come già deciso è il loro posizionamento. Chi pensa di avere una lettura apocalittica/escatologica ritiene di essere a conoscenza di chi fa parte delle forze del Maligno, chi delle forze al fianco del Signore e delle sue schiere. Il soggetto che viene quindi individuato, e che quindi esce dal novero degli spettatori, quale sono le anime comuni, perde il suo divenire storico, le sue sfaccettature, le sue divisioni interne, le sue contraddizioni, il suo divenire. E’ in sé un agente, è definito nel ruolo che il dramma escatologico (e chi lo intepreta nel mondo) gli ha affibbiato. Non serve tirare fuori i pippozzi sull’obnubilamento che contraddistingue chi ritiene di aver per partito una missione storica o divina.

Sarà sufficiente, ad esempio, rileggere il prezioso libriccino di G. Plechanov del 1908 “Della funzione della personalità nella Storia” dove il comunista russo ricompone l’apparente frattura tra un destino manifesto che deve compiersi e l’attività personale del singolo, la quale appare inutile, giacchè ciò che deve compiersi si compirà. Argomenta Plechanov che proprio il suo essere tautologico garantisce all’agire la sua forza: chi lo compie ritiene di star partecipando a qualcosa di indubbiamente vincente e che si realizzerà, al quale egli quindi deve compartecipare.

Ora, se questo tipo di lettura è indubbiamente legittimo, ciònondimeno è im-politico. Infatti nei tempi ultimi la politica scompare: chi deve perdere sa già che perderà e chi trionfa è già a conoscenza del suo trionfo. Valutazione, mediazione, studio ecc non hanno alcun senso. Vengono rimpiazzate da Speranza, Fedeltà, Sopportazione ecc. Non più capacità ma Virtù, le quali rispetto alle prime sono sì sociali, perchè si praticano tra gli uomini, ma sono rivolte a Dio, non all’uomo e alla società.

Il diffondersi di letture escatologiche ha un ruolo non di poco conto nella incomunicabilità che si sente distintamente. Perchè l’Apocalisse è un Non-Tempo, è un copione già scritto, mentre regno della Politica è il cambiamento. Che è poi, mutatis mutandis, ciò che è salvifico nelle letture escatologiche: la fine dei tempi in cui tutto cambia e declina, in cui la vita dell’uomo prosegue stancamente pur modificandosi, il piombare nel tempo del Non-tempo.

È questa una profonda differenza. Questa sì incolmabile come il dialogo tra un cinese e un italiano senza una lingua intermedia.

 

Immagine: https://riforma.it/

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