Carlo Vichi – imprenditore, genio e galantuomo

 

Carlo Vichi – imprenditore, genio e galantuomo

“Il futuro non è più quello di una volta” (Paul Valery)

21 ottobre 1422 con la morte di Carlo VI di Francia detto “Il folle” viene pronunciata per la prima volta una locuzione universalmente riconosciuta, utilizzata per annunciare la morte di un sovrano e contemporaneamente annunciarne un successore. «Le Roi est mort, vive le Roi!», (Il Re è morto, lunga vita al Re!). Il 2 giugno 1992, nel porto di Civitavecchia il panfilo personale della Regina Elisabetta, Il Royal Yacht “Britannia”, era in attesa di imbarcare importanti ospiti per una minicrociera verso l’isola del Giglio. Su quel panfilo, fu decisa la privatizzazione dell’Italia e la progressiva distruzione dell’imprenditoria Nazionale. A bordo, oltre a finanzieri banchieri e dirigenti di multinazionali, un noto comico italiano, che pochi anni dopo fonderà un partito Politico con l’intento di intercettare un’eventuale dissenso a questa strategia. Ad introdurre il consesso, l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi. Fu lui ad aprire i lavori, con una relazione introduttiva sui costi e i vantaggi delle privatizzazioni. La piccola e media impresa Nazionale deve essere aiutata nelle pratiche di fallimento, e svenduta sul mercato internazionale. Il nostro paese ha dato natali ad imprenditori visionari e spesso controcorrente, fra i tanti pensiamo ad Adriano Olivetti o Gaetano Marzotto, uomini semplici, “Self-made man”, come canonizzato dalla cultura Statunitense. Uno degli ultimi eroi dell’imprenditoria Italiana, un bastian contrario, come piace a noi, si è spento nella sua città adottiva Milano circa un mese fa, il 20 settembre 2021, all’età di 98 anni, Carlo Vichi, leader indiscusso delle Tv a tubo catodico, che con la sua M.I.V.A.R. negli anni 80 e 90, entrò praticamente in tutte le case degli italiani, offrendo un prodotto economico ed allo stesso tempo tecnologicamente all’avanguardia.

Carlo Vichi, era Toscano, nato nel 1923 a Montieri, un piccolo comune in provincia di Grosseto, nel 1930 si stabilisce con la famiglia a Milano, dove il padre lavora come metronotte. Cresciuto nel quartiere popolare di Lambrate, dal 1937 al 1941 frequenta le scuole serali dove consegue un diploma in elettrotecnica, si sposa nel quartiere periferico dell’Ortica quello cantato nelle ballate della mala. In seguito lavora come tecnico, presso la CGE e poi alle dipendenze della Minerva. Molla tutto per svolgere il servizio militare, a guerra finita, nel 1945, fonda la Vichi Apparecchi Radio (VAR), che si occupava della costruzione artigianale di radio a valvole per conto di altre società del settore, nonché della riparazione dei medesimi apparecchi.  Nel 1956, la VAR mise in commercio la sua prima radio con sistema di modulazione di frequenza, totalmente progettata e ingegnerizzata in Italia. Tra i modelli della VAR più rappresentativi del periodo vi sono le radio: Cipro, Delo, Samar, Egadi e Rodi, ancor oggi apprezzate dai collezionisti per il loro design. Nel frattempo, la televisione era diventata il mercato elettronico trainante, imponendo alle industrie del settore il raddoppio della produzione, VAR iniziò la produzione di televisori, che si caratterizzarono per il basso costo e la semplicità costruttiva. Nel 1960, il valore delle vendite della VAR raggiunse la cifra di 1 miliardo di lire. Nel 1963 l’impresa cambia il nome in Mivar, acronimo di “Milano Vichi Apparecchi Radiofonici”, e trasferisce gli stabilimenti ad Abbiategrasso. Nel 1968 la forza lavoro della Mivar era di oltre 800 operai, e furono costituite filiali e depositi in molte città italiane. Mivar, a differenza delle altre aziende italiane operanti nel medesimo settore, per ferma volontà di Carlo Vichi non ha mai esportato le sue produzioni all’estero, rivolgendosi esclusivamente al mercato interno. Negli anni 80 l’aggressiva concorrenza dei produttori di elettronica di consumo giapponesi e sudcoreani, che operavano nella stessa fascia di mercato creo una grave crisi alle aziende italiane del settore che furono costrette a ricorrere all’erogazione di denaro da parte dalla finanziaria pubblica REL, (Ristrutturazione Elettronica S.p.A.), il cui compito istituzionale era quello di entrare nel capitale delle aziende private italiane di elettronica in crisi, in modo da permetterne ristrutturazione e risanamento. Mivar, riuscì a reggersi con le proprie risorse, nel 1986 divenne il secondo produttore nazionale dopo Sèleco, con una quota di mercato del 10%. Nel 1988, l’azienda di Abbiategrasso era seconda in Italia dopo il colosso olandese Philips, con un fatturato di 176 miliardi di lire. Nel 1990, sempre in Abbiategrasso, fu avviata la costruzione di un moderno stabilimento con una superficie complessiva di 120.000 mq. progettato interamente dallo stesso Vichi, in grado di produrre teoricamente fino a 2 milioni di apparecchi all’anno. Nel 1993 Mivar conquistò la leadership nazionale nelle vendite dei televisori scavalcando la Philips. Nel 1999 raggiunse la produzione record di 950.000 apparecchi e una quota di mercato di poco superiore al 35%. Gli anni 2000 porteranno una profonda mutazione dell’economia mondiale, favorita dalle privatizzazioni e dall’avvento della globalizzazione, che favorisce la delocalizzazione da parte delle multinazionali Statunitensi, Europee e giapponesi nei paesi dell’Europa dell’Est e in Cina. Sul piano tecnologico, poi, i televisori fino ad allora a tubo catodico, si evolvono con l’introduzione dello schermo piatto di tipo Flat, plasma e LCD. Vichi si rifiuta di delocalizzare. Nel 2004, l’azienda lombarda realizza e mette in commercio una prima linea di modelli LCD; per far questo, però, è costretta ad acquistare componentistica prodotta altrove. L’affermazione dello schermo piatto rappresenta per l’azienda abbiatense l’inizio del suo declino, nonostante la qualità, la ditta non riesce a reggere la concorrenza di apparecchi prodotti su licenza in paesi come Vietnam Cina e Turchia, favoriti dall’assenza di misure anti-dumping dell’Unione europea, e da bassissimi costi di produzione. Mivar viene inevitabilmente travolta da questa situazione, e nel 2001 è costretta a ridurre la propria forza-lavoro. I valori del fatturato e l’utile dell’azienda registravano costanti perdite, lo stesso Vichi ha dichiarato di aver speso oltre 100 milioni di euro di fondi propri per ripianare le perdite, e consentire alla sua azienda di garantire ai bilanci un formale pareggio. Nel 2014, la storica azienda è costretta a cessare la produzione, Carlo Vichi allora novantunenne, annuncia pubblicamente la volontà, di affittare gratuitamente lo stabilimento a chiunque abbia intenzione di produrre televisori e impiegarvi lavoratori italiani. Tre anni più tardi, nel 2017, Vichi rivolge questo invito alla multinazionale sudcoreana Samsung, da cui non ottiene risposta. Dopo lo stop delle attività, Vichi non molla, ultranovantenne modifica la produzione di parte degli stabilimenti dal settore elettronico a quello dei complementi di arredo, creando la “Milano Vichi Arredamenti Razionali”, una nuova Mivar, specializzata in progettazione e fabbricazione di mobili. Vichi, dichiaratamente ateo e anticlericale, in più occasioni ha pubblicamente manifestato la propria ammirazione per il Fascismo, sulla sua scrivania piazzata nel bel mezzo dello stabilimento, suo unico ufficio, troneggiava un busto del Duce. In occasione delle manifestazioni per il centenario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento, ha fatto restaurare a proprie spese il Monumento dei Caduti Fascisti eretto nel 1925 presso il cimitero monumentale di Milano. Il Vichi, doveva il suo successo ad una geniale capacità di semplificare le apparecchiature elettroniche, semplificava anche la dialettica sindacale e politica squadrando con l’accetta i suoi pochi ma chiari concetti di giustizia e di ordine sociale dando “a ognuno il suo”. Teneva tutti al loro posto, cronisti compresi, enunciando, con fierezza, quella sua idea del mondo così antimoderna per un cavaliere dell’innovazione. Nei decenni d’oro quando dagli stabilimenti uscivano 5 mila televisori al giorno, nella mensa aziendale pranzavano fino a mille operai, e lui era li, ogni giorno, con loro, sabato e domenica compresi, li conosceva uno ad uno e li considerava persone di famiglia, Una simbiosi quella tra i vertici aziendali (cioè lui e basta) e le maestranze, capace di scompaginare qualsiasi teoria codificata sui rapporti industriali. La scuola di pensiero economico del «Vichi» era piuttosto basica: qui comando io, ma lo faccio per il bene di tutti. Vichi avrebbe potuto permettersi un’esistenza da super ricco, eppure ha imposto per se e per la sua famiglia una vita quasi francescana, unico lusso il lavoro. Tutti i miliardi (di lire) guadagnati in mezzo secolo di attività sono stati infatti sempre reinvestiti per migliorare, la qualità del prodotto e la vita di intere generazioni di dipendenti. Nella sua ultima intervista a “Il Giornale” di quattro anni fa, programmò anche il proprio funerale: 

“Per i miei funerali voglio una bara di legno povero in mezzo al nuovo stabilimento. Indosserò solo maglietta e pantaloncini. L’ultima frase sarà: A noi! poi partirà la musica di Faccetta nera. Solo allora la festa avrà inizio. Sono invitati tutti i cittadini di Abbiategrasso. Ad eccezione di autorità e politici”.  Carlo Vichi era molto più di un imprenditore. Era un genio e un galantuomo. Difficile essere entrambe le cose, un uomo che non ha mai rinunciato ad una briciola delle proprie idee. Qualche esponente del governo, o qualche magistrato in cerca di visibilità, sicuramente arringheranno al pericolo fascista, ma tranquilli, il tempo falcia gli ultimi membri di quella, che Pisanò chiamava “La generazione che non si è arresa” il fascismo è morto…

 

Immagine: https://www.ilgiornale.it

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