Riprendiamoci la lingua italiana

   

Riprendiamoci la lingua italiana

Uno dei temi centrali del dibattito politico italiano, e non solo, verte sul tema della sovranità. Pro o contro, sulla sovranità da riconquistare o da cedere ulteriormente a vantaggio dei poteri forti globalisti, i diversi schieramenti politici si confrontano ormai da tempo. Tuttavia, di sovranità si parla solo in termini politici ed economici, quando invece di fondamentale importanza ci sembra quella inerente all’uso della propria lingua. Qui, in quest’ambito, la cessione di sovranità è, non da oggi purtroppo, totale; i termini inglesi o simili hanno ormai sostituito completamente l’uso della nostra lingua anche e persino nella stesura ufficiale delle leggi. Non bisogna dimenticare che in uno dei governi più disgraziati della storia italiana, quello del mondialista Monti, il ministro dell’Istruzione propose di tenere tutti i corsi universitari, di qualunque indirizzo, direttamente in inglese, fermato in questa folle decisione solo dalla Corte costituzionale.

Anche nel linguaggio quotidiano, comunque, si osserva ormai quasi il compiacimento nell’utilizzare termini inglesi in luogo di quelli italiani, quasi che questo certificasse una maggiore ricercatezza espressiva. Un simile servilismo linguistico è davvero prerogativa del provincialismo che ammorba la vita culturale italiana dalla fine della guerra; a nessun altro Paese verrebbe in mente di mancare a tal punto di rispetto alla propria cultura, tanto che in Francia una legge vieta l’uso pubblico di termini stranieri. Una legge che in Italia fu in vigore solo durante il fascismo. Ora, a qualcuno, la questione potrebbe sembrare di limitata importanza, rispetto ad altre cessioni di sovranità; invece, il rispetto della propria cultura, quindi della propria lingua, è il fondamento stesso della possibilità di recuperare la sovranità in ambito economico e politico.

A un popolo che si piega contento e ossequiente dinanzi al linguaggio altrui non può interessare di sottrarsi al giogo del vincolo esterno, anzi è probabile che, come del resto accade, chiederà ancora più cessione di sovranità, più sottomissione ad organismi ingenuamente creduti capaci di “redimere” le insufficienze italiane. Un popolo che non ha l’orgoglio di pensare nella propria lingua correrà incontro con gioia alle catene che gli saranno fatte tintinnare davanti. Certo, la riconquista della sovranità linguistica è forse ancora più difficile di quella politico-economica, in quanto non è più possibile contare sulla scuola, in tutti i suoi livelli. L’istruzione, se ancora la si può chiamare così, è anzi il cavallo di Troia del disprezzo della propria cultura, un vero e proprio strumento al servizio della sottomissione linguistica. Anche in questo caso, si deve cominciare a restare in piedi sulle rovine, in attesa di potersene liberare per ricostruire; in altre parole, cominciamo, in tutti i nostri discorsi, a riprenderci la lingua italiana.

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